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Aria: M'odi, ah m'odi

Compositore: Donizetti Gaetano

Opera: Lucrezia Borgia

Ruolo: Lucrezia Borgia (Soprano)

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M'odi, ah m'odi ... io non t'imploro
Per voler serbarmi in vita!
Mille volte al giorno io moro,
Mille volte in cor ferita ...
Per te prego ... ah! teco almeno
Ah! non voler incrudelir.
Bevi ... bevi ... il rio veleno
Ah! t'affretta, deh! t'affretta a prevenir.
Il tempo vola.
Deh! cedi, cedi,
Deh! t'affretta il veleno a prevenir ...
Una voce al cor d'intorno. Gemma. Gemma di Vergy. DonizettiCome innocente giovane…Non v'ha sguardo. Anna Bolena. Anna Bolena. DonizettiPar che mi dica ancora. Fausta. Fausta. DonizettiUn'altare, ed una benda. Gemma. Gemma di Vergy. DonizettiVivi ingrato, a lei d'accanto. Elisabetta, Queen of England. Roberto Devereux. DonizettiRayons dorés (Dolce zeffiro, il seconda). Inès (Inez). La favorita. DonizettiSpargi d'amaro pianto. Lucia di Lammermoor. Lucia di Lammermoor. DonizettiPiacer si nuovo e grato. Norina. I pazzi per progetto. DonizettiEra desso il figlio mio. Lucrezia Borgia. Lucrezia Borgia. DonizettiSogno talor di correre. Parisina. Parisina d'Este. Donizetti
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Lucrezia Borgia è un'opera di Gaetano Donizetti, su libretto di Felice Romani, tratto dall'omonima tragedia di Victor Hugo. La prima rappresentazione dell'opera inaugurò la stagione di Carnevale del Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1833.
Lucrezia Borgia segna l'incrinatura dei rapporti tra Donizetti e Romani, che collaboravano insieme dall'anno dello sfortunato debutto del compositore alla Scala, con Chiara e Serafina nel 1822: in seguito i due avevano conosciuto sia indiscussi trionfi (Anna Bolena, 1830, e L'elisir d'amore, 1832) sia altri clamorosi insuccessi (Ugo, Conte di Parigi, 1832). L'opera, adattata da Romani a pochi mesi dal debutto sulle scene del dramma di Hugo, viene tuttavia consegnata dal librettista al compositore con notevole ritardo rispetto alla prassi, appena un mese prima del debutto sulle scene. La vedova di romani, Emilia Branca, attribuisce le cause del ritardo della stesura del libretto sia ai problemi della censura, sia a quelli relativi alla primadonna, Henriette Méric-Lalande, che pretendeva di chiudere l'opera con un'aria di bravura. Tuttavia i resoconti di Emilia Branca tuttora vengono ritenuti poco affidabili, sia per quanto riguarda i capricci del soprano, sia per quanto riguarda la censura, che invece colpirà l'opera negli altri teatri e non a Milano. Il debutto fu funestato da un'indisposizione della primadonna, che si rimise solo nelle successive serate: nonostante il grande successo di pubblico, testimoniato dalle trentatré repliche totalizzate in tre mesi, la critica si scagliò ferocemente sia contro il soggetto scabroso e scandaloso, sia contro la penuria di arie solistiche secondo la "tradizione italiana". Fu questo uno dei motivi che spinse Donizetti a rimaneggiare più volte la partitura dell'opera, soprattutto il brano finale riservato alla protagonista, già privato del "da capo" a partire dalla prima ripresa dell'opera avvenuta a Firenze nel 1836, con protagonista Luigia Boccabadati. Altre modifiche furono le nuove arie concepite per i tenori Nikolaj Ivanov e Mario. Accanto alle questioni musicali, Donizetti si scontrò con quelli relativi alla censura: quando l'opera fu rappresentata a Parigi il 27 ottobre 1840 al Théâtre des Italiens con Giulia Grisi nel ruolo del titolo, Hugo si oppose all'utilizzo del titolo originale e ottenne un'ingiunzione contro ulteriori rappresentazioni. Il libretto venne quindi riscritto e reintitolato La Rinnegata per il 31 ottobre, con i personaggi italiani cambiati in turchi. Il soggetto, per l'epoca assai scabroso, aveva d'altronde già subito pesanti interventi censori in Italia, che comportarono modifiche sostanziali al titolo, ai versi e alla trama. Di volta in volta Lucrezia Borgia fu rappresentata con altri titoli e con ambientazioni diverse: Alfonso, duca di Ferrara, Dalinda, Elisa da Fosco, Eustorgia da Romano, Giovanna I di Napoli, Nizza de Grenade. Nonostante i problemi degli adattamenti, Lucrezia Borgia divenne una delle opere più popolari di Donizetti, tanto da sopravvivere lungamente nel repertorio fino alla fine del XIX Secolo. Dopo qualche decennio di oblio, è stata riscoperta in tempi moderni grazie alla ripresa del 24 aprile 1933 nell'ambito del Maggio Musicale Fiorentino. Nel secondo Novecento l'opera è stata un cavallo di battaglia di Leyla Gencer, Montserrat Caballé, Joan Sutherland, Renée Fleming, Edita Gruberova e Mariella Devia.
A Venezia, si festeggia il Carnevale presso Palazzo Grimani: tra gli invitati figurano alcuni diplomatici ferraresi, capeggiati dal serioso Gennaro e dall'esuberante Maffio Orsini. Un altro invitato, tale Gubetta, si unisce all'elogio della bella vita veneziana lodando l'ospitalità di un'altra signoria italiana: quella degli Estensi, guidati da Alfonso e dalla consorte, Lucrezia Borgia. Al solo nominare quest'ultima, l'intera sala si raggela: la maggior parte degli invitati ha subìto ogni sorta di angheria dalla donna e dalla sua potente e pericolosa famiglia, e Maffio giustifica il suo odio contro di lei: dopo una battaglia a Rimini, era stato salvato da Gennaro, e i due, riparatisi in un bosco, avevano ascoltato l'oracolo di un vecchio indovino che li esortava a fuggire Lucrezia, pena la morte (Nella fatal di Rimini). Gli amici esortano Maffio a non pensare a quella vicenda così lugubre in un clima di festa, e si allontanano nel palazzo a festeggiare. Gennaro, addormentatosi durante il racconto di Maffio, rimane solo, e viene vegliato da una misteriosa donna appena giunta in gondola: è Lucrezia Borgia stessa, da tempo interessata al giovane Gennaro. Gubetta, suo informatore, tenta di metterla in guardia, dato che a Venezia è piena di nemici, ma lei non vi bada, e lo allontana, volendo rimanere sola a contemplare il giovane ancora addormentato, incurante di essere spiata da altre due figue mascherate (Com'è bello, quale incanto). Gennaro si sveglia, e rimane colpito dalla bellezza della dama misteriosa, verso la quale professa un immediato e ardente amore; il giovane, tuttavia, si corregge, affermando che il suo amore è diretto verso un'altra donna: sua madre, che tuttavia non ha mai conosciuto. Lucrezia, incuriosita dalle sue parole, lo invita a proseguire, e Gennaro le racconta la storia della sua vita: non ha mai conosciuto sua madre, adottato da un pescatore, finché un giorno un cavaliere gli aveva recato una lettera firmata dalla madre tanto ricercata, la quale, temendo per le loro vite, non ha voluto palesargli il nome (Di pescatore ignobile). Al racconto, Lucrezia si commuove, rassicurandolo che un giorno potrà incontrare la donna che cerca. Improvvisamente sopraggiungono gli amici di Gennaro, che, inorriditi, riconoscono la Borgia, e rivelano la sua identità all'amico incredulo, svelandone i delitti e insultandola (Maffio Orsini, signora, son io): Gennaro si allontana, disgustato.
A Ferrara, sotto la casa di Gennaro, viene rivelata l'identità delle due maschere che spiavano Lucrezia e Gennaro: nientemeno che il Duca Alfonso stesso, con il suo scherano Rustighello. Stanco e umiliato dalle continue tresche della moglie, il Duca ha deciso di eliminare l'ennesimo rivale (Vieni, la mia vendetta). Alfonso e Rustighello si ritirano quando escono dalla casa Gennaro e i suoi amici. Maffio e gli altri continuano a stuzzicarlo per l'avventura "galante" con la Borgia, che abita proprio di fronte a Gennaro: il giovane, infastidito dai loro scherzi, per provare ai loro occhi il suo odio verso la donna, sfregia lo stemma del suo palazzo (col pugnale rimuove la "B" della scritta "Borgia", risultando, così, "orgia"). Gli amici si ritirano, ed entra, assieme a Rustighello, Astolfo, scherano di Lucrezia. Il primo vuole portare Gennaro da Alfonso, a sicura morte; il secondo da Lucrezia, per una festa: Rustighello e i suoi hanno la meglio su Astolfo, che fugge, mentre gli scherani del Duca entrano in casa di Gennaro. A Palazzo Ducale, Alfonso riceve Lucrezia, infuriata per l'affronto subìto: alla moglie il Duca risponde di aver già catturato il vandalo, che lei vuole morto, e gode nel vedere il suo terrore, quando le viene presentato Gennaro. Lucrezia allora, rimasta ancora sola col marito, chiede la grazia per il giovane: Alfonso rifiuta, e getta la maschera, rinfacciandole i tradimenti e manifestandole la sua volontà di vendicarsi (Soli noi siamo). Lucrezia viene costretta dal feroce marito, che finge di accordare il perdono a Gennaro, a versargli una coppa di vino avvelenato; ma la donna, appena uscito il marito, intima a Gennaro di fuggire subito tramite una porta segreta, non prima di avergli fatto bere un antidoto ed avergli ordinato di allontanarsi da Ferrara (Infelice! Il veleno bevesti).
Rustighello e i suoi hanno seguito Gennaro, ritornato a casa, e lo spiano mentre ha un colloquio con Maffio: Gennaro, dopo quanto successo al palazzo dei duchi, ha intenzione di lasciare Ferrara, ma l'amico riesce a farlo desistere, e lo invita a una festa presso la casa della principessa Negroni (Minacciata è la mia vita). I due amici partono, ma non vengono seguiti dagli scherani del Duca: Rustighello sa che alla festa della Negroni c'è una trappola mortale tesa dalla stessa Lucrezia. Alla festa della Negroni, Gennaro, Maffio e i loro amici bevono e brindano in onore all'ospite di casa: Gubetta, tuttavia, complice di Lucrezia nella sua vendetta, provoca Maffio, e ne segue una lite che fa fuggire le donne, lasciando soli gli invitati. Sedata la rissa, un coppiere porta del vino di Siracusa, bevuto da tutti, meno che Gubetta: Gennaro solo se ne accorge. Mentre Maffio intona un brindisi (Il segreto per esser felici), da fuori scena risuonano dei lugubri canti che si avvicinano: gli invitati, con orrore, scoprono tutte le porte della casa bloccate, ed appare Lucrezia, trionfante. La donna comunica agli invitati di essersi vendicata per l'affronto subìto a Venezia avvelenando il vino che poco fa hanno bevuto, e mostra loro le bare già pronte: Gennaro allora avanza, affermando che ve ne servirà una in più. Lucrezia, sconvolta, fa uscire tutti quanti per rimanere sola con Gennaro: la donna rimprovera al giovane di averle disobbedito, ma Gennaro le mostra l'antidoto che è gli è rimasto. Lucrezia si rasserena, ma quando Gennaro afferma di volerlo dividere con gli amici lo informa che quel che gli è rimasto gli basta appena per salvarsi: Gennaro, allora, si prepara ad ucciderla, per vendicare gli amici. La donna per fermarlo gli rivela la verità: egli è un Borgia, e per di più il suo stesso figlio (M'odi, ah, m'odi). Gennaro, dapprima inorridito dalla notizia, in punto di morte cerca il conforto della madre che non ha mai conosciuto fino ad allora (Madre, se ognor lontano), e muore. Rientra Alfonso con tutta la corte, esultante per la morte del "rivale", ma Lucrezia lo mette al corrente della verità, implorando per sé stessa la vendetta di Dio (Era desso il figlio mio) quindi sviene.